RIVOLUZIONE DEL '56

La Rivoluzione ungherese del 1956, nota anche come insurrezione ungherese o semplicemente rivolta ungherese, fu una sollevazione armata di spirito anti-sovietica scaturita nell'allora Ungheria socialista che durò dal 23 ottobre al 10 - 11 novembre 1956. Venne duramente repressa dall'intervento armato delle truppe sovietiche. Morirono circa 2652 Ungheresi (di entrambe le parti, ovvero pro e contro la rivoluzione) e 720 soldati sovietici. I feriti furono molte migliaia e circa 250.000 (circa il 3% della popolazione dell'Ungheria) furono gli Ungheresi che lasciarono il proprio Paese rifugiandosi in Occidente. La rivoluzione portò a una significativa caduta del sostegno alle idee del comunismo nelle nazioni occidentali.
SITUAZIONE POLITICA
L'Ungheria, dopo la seconda guerra mondiale, divenne parte della sfera di influenza sovietica, e dopo un breve periodo di democrazia multipartitica, si trasformò in uno stato comunista a partire dal 1949, sotto la dittatura di Mátyás Rákosi e del Partito dei lavoratori ungheresi. Le truppe sovietiche avevano occupato l'Ungheria fin dal 1944; inizialmente come esercito invasore e forza di occupazione, quindi su invito nominale del governo ungherese, e infine in base a quanto richiesto dall'appartenenza dell'Ungheria al Patto di Varsavia. Tra il giugno e il luglio '53 il Partito Comunista russo convoca i dirigenti ungheresi al Cremlino e defenestra il primo ministro ungherese Mátyás Rákosi, "il miglior discepolo ungherese di Stalin", imponendogli di cedere il posto di primo ministro a Imre Nagy, che era già stato ministro dell'Agricoltura in governi precedenti, ed era inviso a Rákosi. Dopo l'insediamento del governo Nagy, il 4 luglio, inizia la liberazione di prigionieri politici vittime delle "purghe" di Rákosi. Vengono prese diverse misure di liberalizzazione in campo economico, politico e culturale. Inizia inoltre la convivenza tra due personaggi politici tra loro incompatibili: Nagy e Rákosi. Nel gennaio del 1955 il Partito Comunista russo convoca al Cremlino i dirigenti ungheresi e attacca violentemente Nagy. Le accuse riguardano la gestione dell'agricoltura, che non ha replicato il sistema dei kolchoz sovietici, un eccessivo liberalismo che ha provocato una manifestazione antisovietica durante un incontro di pallanuoto tra le due nazionali, a Budapest, l'anno precedente, e in generale il "deviazionismo borghese". Le accuse sono svolte sulla base di un dossier preparato da Andropov, allora ambasciatore sovietico a Budapest. Poco dopo Nagy avrà un lieve infarto. Dimesso dall'ospedale, durante la sua convalescenza verrà sostituito. Il 25 marzo 1955 l'Organizzazione giovanile comunista fonda a Budapest il "circolo Petőfi", che avrà un ruolo essenziale negli avvenimenti del '56. Il nome è quello di Sándor Petőfi, il poeta che secondo la leggenda avrebbe scatenato al rivoluzione del 1848 con la lettura di una sua poesia. Ottobre 1955. Cinquantanove scrittori e artisti famosi firmano un manifesto di protesta contro i metodi brutali usati contro gli intellettuali. Rákosi cerca di avere ragione di questa "minirivolta" ma senza successo. Il 3 dicembre 1955 Imre Nagy viene espluso dal partito. 25 febbraio 1956. Ha luogo a Mosca il XX Congresso del PCUS. Nikita Khruščёv denuncia il "culto della personalità" di Stalin e le sue "violazioni della legalità socialista". Inizia la destalinizzazione. Luglio 1956. La destalinizzazione segna la fine della carriera di Rákosi. 13 ottobre 1956. Imre Nagy viene riammesso nel partito. Il 22 ottobre 1956 si svolgono assemblee studentesche nelle principali città universitarie ungheresi. Tutti votano per l'uscita dalla Gioventù comunista e per la ricostituzione di organi studenteschi autonomi. Il circolo Petőfi si associa al movimento e viene elaborato un documento in 16 punti, che costituisce la piattaforma per la manifestazione convocata per il 23 a Budapest, in solidarietà con la Polonia. Ecco i punti principali: uguaglianza nei rapporti con l'URSS, processo pubblico a Rákosi, reintegrazione totale di Nagy, elezioni pluripartitiche, ritiro delle truppe sovietiche (che erano presenti in Ungheria sulla base del trattato di pace a conclusione della seconda guerra, e non come talvolta erroneamente sostenuto, per il Patto di Varsavia).
GLI AVVENIMENTI
Verso le 15 del 23 ottobre 1956, studenti del Politecnico si riuniscono di fronte alla statua di Petõfi a Pest, per organizzare una manifestazione pacifica di solidarietà a favore della Polonia. Nagy è reclamato dalla folla, e pronuncia un breve discorso dal Parlamento. Il piccolo raduno attrae altre persone e si trasforma rapidamente da dimostrazione in protesta. Molti soldati ungheresi di servizio in città si uniscono ai dimostranti, strappando le stelle sovietiche dai loro berretti e lanciandole alla folla. Incoraggiata, questa folla crescente decide di attraversare il grande fiume che divide in due la città e di muoversi verso il palazzo del Parlamento. All'apice, la folla conta almeno centomila persone senza un leader riconosciuto. I manifestanti demoliscono l'enorme statua di Stalin e distruggono diverse librerie sovietiche. Davanti alla sede della radio ungherese, chiedono che venga trasmesso un comunicato stilato in 16 punti. La direzione della radio fa finta di accettare, ma la delegazione accolta nella sede della radio viene arrestata. Al diffondersi della notizia, il palazzo è preso d'assedio dai manifestanti che chiedono la liberazione immediata della delegazione. La polizia di sicurezza (ÁVH) apre il fuoco sulla folla e inizia una vera e propria battaglia. In serata, il comitato centrale del partito si riunisce e decide di "chiedere l'intervento delle truppe sovietiche in caso di necessità". Crea un comitato militare, il 24 decide la nomina di Imre Nagy. Il comitato militare chiede l’aiuto delle forze armate russe, che entrano nella città. Questo aggrava rapidamente gli scontri e le manifestazioni prendono un carattere insurrezionale: le auto della polizia vengono rovesciate e date alle fiamme, dalle fabbriche d'armi e dai lavoratori degli arsenali vengono distribuite armi ai civili. Le sedi dell'ÁVH vengono assediate dalla folla. Quando le autorità cercano di rifornire la polizia di sicurezza, nascondendo le armi in un'ambulanza con sirene e lampeggianti accesi, la folla la intercetta e si impossessa delle armi. In seguito alla comparsa dei blindati sovietici, si estende l'insurrezione. Il grosso dei combattimenti avviene a Budapest. I comandanti sovietici spesso negoziano cessate il fuoco a livello locale con i rivoluzionari. In alcune regioni le forze sovietiche riescono a fermare l'attività rivoluzionaria. Il 25 ottobre s'insedia il governo Nagy, senza stalinisti, in cui compare il filosofo marxista Lukács assieme ad altri moderati. Kádár diventa segretario del partito. L'ÁVH spara dai tetti del ministero dell'Agricoltura e uccide un centinaio di persone che manifesta pacificamente in piazza Kossuth, dietro al Parlamento. Nagy è costretto a scegliere tra il preciso desiderio del popolo di avere un sistema democratico ed il suo dovere di comunista sostenitore del regime a partito unico: preferisce un governo moderato. Finirà poi per proclamare l'Ungheria stato neutrale, sperando nell'aiuto delle Nazioni Unite, nel vano tentativo di scongiurare un vero e proprio intervento sovietico. Da quel momento sorgono in tutto il Paese i Consigli operai che richiedono il ritiro dei sovietici e libere elezioni. L'ÁVH continua a sparare sulla folla e si innescano in vari punti del paese dei combattimenti armati. In alcune province (Borsod e Gyõr-Sopron) il potere passa in mano ai consigli e l'ÁVH viene sciolta. Il 28 ottobre le truppe sovietiche assieme ad elementi dell'esercito ungherese fedeli al vecchio regime concepiscono un piano di contrattacco. Altri ufficiali dell'esercito si rifiutano di partecipare all'iniziativa e di sparare sui rivoltosi. Una parte della polizia, capeggiata da Maléter sta con i rivoltosi. Come risultato, l'esercito ungherese resta sostanzialmente passivo. Nagy interviene per scongiurare una carneficina e inizia trattative febbrili prima con Andropov, poi con Mikoyan e infine con lo stesso Khruščёv. In quel momento l'attitudine del Cremlino continuava ad essere quella di considerare Nagy un elemento prezioso per trovare una via d'uscita pacifica, "alla polacca", concedendo maggiore autonomia e ritirando anche le truppe, se necessario. Mentre le trattative procedono, i sovietici fanno maldestre mosse militari e vengono sostanzialmente battuti dagli uomini di Maléter. Nagy negozia con i sovietici un cessate il fuoco, e lo annuncia alle 13 e 20 assieme al riconoscimento del carattere nazionale e democratico dell'insurrezione e all'avvio di negoziati con gli insorti. Annuncia anche l'imminente ritiro delle truppe sovietiche e lo scioglimento dell'ÁVH. Il partito socialista si "autoscioglie", Gerő raggiunge Rákosi nel suo esilio in URSS. La tregua tiene. Rinascono sindacati, giornali e associazioni culturali abolite da Rákosi. Si verificano casi di linciaggio di agenti dell'ÁVH, ma si inizia a formare una Guardia Nazionale composta dagli insorti. Il 1° novembre movimenti di truppe corazzate dell'Armata alle frontiere e all'interno dell'Ungheria diventano evidenti. Nagy chiede spiegazioni ad Andropov che lo rassicura: si stanno ritirando, sono solo movimenti "tecnici". Le spiegazioni non sono credibili, e il governo proclama la neutralità, chiedendo all'ONU di mettere all'ordine del giorno la questione ungherese, con la previsione di una garanzia internazionale dei quattro grandi (inclusa quindi l'URSS) della neutralità ungherese. Il 14 novembre si forma il consiglio operaio centrale di Budapest e dintorni, che proclama lo sciopero generale, chiede il ritiro delle truppe sovietiche e il ritorno del governo Nagy. Questo intervento, contrariamente a quello del 23 ottobre, non si affidava a colonne di carri armati senza sostegno che penetravano in aree urbane densamente popolate. L'intervento del 4 novembre venne costruito attorno ad una strategia combinata di incursioni aeree, bombardamenti di artiglieria, e azioni coordinate tra carri e fanteria (i sovietici impiegarono circa 2000 carri armati) per penetrare nelle aree urbane nevralgiche. Mentre l'esercito ungherese metteva in piedi una resistenza scoordinata, fu la classe operaia ungherese, organizzata dai propri Consigli, che giocò un ruolo chiave nel combattere le truppe sovietiche. A causa della forza della resistenza della classe operaia, furono le zone industriali e proletarie di Budapest ad essere bersagliate di preferenza dall'artiglieria sovietica e dai raid aerei. Queste azioni continuarono in modo improvvisato fino a quando i Consigli di lavoratori, studenti e intellettuali chiesero il cessate il fuoco il 10 novembre. Nel 1956 c'era inoltre il timore diffuso, e reale, di un dilagare a macchia d'olio del "fenomeno Ungheria". C'erano state manifestazioni di massa a Varsavia (Polonia) in appoggio della rivoluzione ungherese, e anche in Romania in diversi luoghi ebbero luogo manifestazioni di protesta. Sempre in Romania, in Transilvania (Università Bolyai di Cluj) si era costituito un "movimento studentesco" al quale aderivano molti docenti iscritti al partito. Il tutto somigliava molto ai prodromi della rivoluzione ungherese. Il KGB riferiva che in Cecoslovacchia, a Bratislava ed altri centri di provincia, dove avevano luogo manifestazioni studentesche, c'era una "crescente ostilità e sfiducia nell'Unione Sovietica".
A cura di Danilo Jesus Giglio

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